Italia “odi et amo” – le voci dei giovani expat

Sono passati 150 anni dall’Unità d’Italia: la festa nazionale celebrata lo scorso 17 marzo ha voluto ricordare proprio questo importante traguardo. Che ha un sapore agrodolce, se si pensa ai molti giovani italiani costretti a cambiare paese per trovare opportunità di studio o lavoro adeguate alla loro preparazione.

Abbiamo chiesto a tre expat di parlarci della loro condizione di italiani all’estero: ecco le loro risposte.

Filippo, PhD student in Mathematical Finance presso la London School of Economics, Londra
Dopo due anni e mezzo di esilio, sento la mancanza della mia terra. Cibo, sole, fidanzata e mamma sono le cose che mancano a tutti (me compreso), ma vivendo qui ho riscoperto un piccolo focolare patriottico che non sapevo di avere dentro di me. Amo l’Italia dalle Alpi a Trapani, in ogni sfaccettatura. Forse perché non la vivo o forse perché è veramente meravigliosa. Mi manca il calcio, la pizza e la nostra lingua. Sì, mi manca sentir parlare la lingua che mi ha formato in tutto e per tutto. Sono consapevole dei problemi che abbiamo e di quanto difficile sia la loro risoluzione: la mafia, la classe politica, la mancanza di senso civico, ma continuando a piangersi addosso non si arriva da nessuna parte e in qualche modo i problemi vanno presi di petto.

Purtroppo ho dovuto lasciare l’Italia perché a 24 anni ho voluto puntare il più in alto possibile e nella finanza lo spostamento a Londra era inevitabile. Infatti, il volume di affari nel belpaese è ridicolo e non mi avrebbe permesso di sfruttare appieno il mio background quantitativo. Se poi ci aggiungiamo stipendi bassi e meritocrazia inesistente, un giovane ha ben pochi motivi per restare.

Ciononostante, nella mia mente non dubito neanche un attimo di voler rientrare in Italia appena accumulo un po’ di esperienza qui. Vorrei imparare come si lavora ad alti livelli nel mio settore e poi portare quella conoscenza nel mio paese. E’ forse l’unico modo in cui, nel mio piccolo, posso contribuire al progresso dell’Italia. E poi non vorrei mai privare i miei figli della fortuna e della bellezza di crescere assaporando la cultura del paese più bello al mondo.

Giulia, borsista presso l’École Normale Superieure, Parigi
Me ne sono andata, spero solo temporaneamente, dall’Italia per motivi di studio e ricerca. Dopo la laurea, soprattutto per chi come me ha fatto studi umanistici, nel nostro paese è difficile trovare una collocazione, uno sbocco in linea con i nostri sogni e così eccomi qui, a Parigi, ma sempre col desiderio di tornare, perché dell’Italia mi manca tutto, dagli affetti che ho lasciato, al cornetto e cappuccino della mattina…

Francesco, stagista presso l’Italian Mission to UN – Legal section, New York
Sono venuto a New York per fare un’esperienza lavorativa ad alto livello. In Italia ci ritornerò, di certo. Per rimanerci poi quanto? Non lo so. Non sono dell’idea di dover andare all’estero per forza e a qualunque prezzo. Però, per certe occasioni, non avrei alcun dubbio.

L’Italia mi manca, per tanti aspetti magari banali, il cibo, la qualità della vita, le piccole cose quotidiane con cui sono cresciuto e a cui è tanto difficile rinunciare, ma in questo momento sono altri gli elementi rilevanti per una scelta. Qua ho trovato un mondo organizzato, civile, anni luce avanti in moltissimi aspetti. Una cultura del lavoro che a noi italiani spesso manca. I giovani sono valorizzati, pagati, responsabilizzati da subito. Qui le opportunità ci sono, devi solo essere bravo a coglierle.

Il progetto di vita ideale, in questo momento, sarebbe di iniziare la mia carriera qui, con una buona occasione di lavoro in uno studio legale. Fare esperienza sul campo, acquisire conoscenze e abilità, essendo nel frattempo pagati in maniera degna. E, tra quattro/cinque anni, una volta acquisita una posizione rilevante, tornare in Italia, facendo fruttare quanto imparato.

Per quanto riguarda la Festa dell’Unità, ho seguito poco le celebrazioni e non ho sentito particolarmente l’aria di festa e di solennità dell’evento. Non amo queste occasioni in cui tutti si ricordano di essere italiani solo per un giorno, esponendo la bandiera e cantando l’inno, per poi dimenticarsene il giorno dopo. Vivo nel Paese patriottico per eccellenza, dove ci sono bandiere esposte tutti i giorni, a ogni angolo. Forse gli americani esagerano, a volte degenerano nell’esaltazione, però io li ammiro, perché poi mettono l’orgoglio nazionale in tutto quello che fanno, nel rispetto per le istituzioni e per le regole e nella valorizzazione di quello che hanno. Anche noi Italiani potremmo essere così, e non solo il 17 marzo 2011.

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