Chi cerca trova

A volte cerco di ricordare il momento in cui ho deciso di trasferirmi in Irlanda, e quel ricordo non c’è. Non c’è stato un momento in cui mi sono detta: “ok, ora sono pronta e posso partire”. Anche quel biglietto di sola andata sembrava essere lì da sempre.

O almeno da quando l’Erasmus mi ha cambiato la mente. Sognavo spesso di andare via, ma prima sembrava tutto così lontano. Così, il mio arrivo a Galway è stato in realtà una ricerca.

Ho passato gli anni dell’adolescenza a sognare di scappare dalla mia città, finché non si è presentata l’occasione di andare a studiare altrove. Per poi rendermi conto che non era solo la città a starmi stretta, ma il mio paese.

Sono arrivata a Galway per l’Erasmus nel 2010, ritrovandomi in un paese di cui non capivo ancora bene la lingua, in cui non conoscevo nessuno, con uno stile di vita diverso e tanta tanta pioggia.

Sono arrivata a Galway pensando di essere una persona timida, impacciata, che odiava la pioggia.

Dopo qualche mese sono tornata nella mia città universitaria, mi sono laureata e tornata a vivere a casa. E tutti sanno che dopo aver vissuto per anni da soli, è impossibile vivere in famiglia in armonia.

Per distrarmi ho iniziato a fare la pendolare tra Latina e Roma, convinta che la laurea triennale non fosse abbastanza, buttandomi in un nuovo corso di studi scelto a caso.

Ma il “bug” era lì, a divorarmi, a cantarmi in gaelico, a farmi sognare campi verdi. Per la prima volta sapevo di voler andare in un posto specifico, non un altrove qualsiasi.

Finché non mi sono sentita talmente stanca e oppressa dai limiti della mia casa, di quella città, del mio paese, dell’università, delle aspettative che non sono mai le tue, e dai paragoni con chi è sempre meglio di te.

Quel biglietto nei miei ricordi sembra essere stato sempre lì. Non ricordo nemmeno di aver preparato la valigia.

Ricordo bene però il momento in cui ho salutato i miei genitori, in cui ho visto mio padre piangere per la prima volta, piangere a causa mia. E mia madre dirmi “non ci far caso, sta invecchiando”. Sono così grata ai miei genitori per non aver mai dato il loro punto di vita su nessuna mia decisione.

Sono arrivata a Dublino nel 2013, e ci sono rimasta per un anno. Il mio primo vero lavoro l’ho trovato lì, in una compagnia di assicurazioni ben conosciuta. Il lavoro non mi piaceva, e dopo un anno sono riuscita a rifiutare il rinnovo del contratto. Senza sentirmi in colpa. Sono riuscita a superare la mentalità italiana del dover essere grati alla fortuna per averti fatto trovare un lavoro qualsiasi. Basta che paghi le bollette, che poi ti faccia schifo non importa. Questa è stata la più grande lezione che Dublino mi abbia insegnato.

Ho avuto uno shock rendendomi conto che nemmeno Dublino mi piaceva. Mi sono resa conto che non era l’Irlanda in generale che volevo, ma Galway.

Così, senza conoscere quasi nessuno e senza un lavoro, ho fatto il salto verso il mio vero sogno, e sono arrivata qui, dove ho trovato davvero la mia dimensione.

Ora lavoro per una grande multinazionale informatica, creo i miei gioielli e li vengo nei mercati di artigianato, vivo per conto mio con la mia gatta Dora, ho amicizie speciali, e ho incontrato Mr J, il grande amore che continua a ricordarmi ogni giorno che siamo viaggiamo su questa terra per realizzare i nostri sogni e lottare per essi.

Ho addirittura scoperto di non essere affatto timida e di amare la pioggia!

Auguro a tutti un buon viaggio e una felice ricerca.

Serena

Moonstone Serena nasce due anni fa dalla voglia di far capire agli altri perché ho scelto di vivere a Galway, in Irlanda.
Le tipiche domande che un expat si sente rivolgere sono di solito queste: Perché? Cosa ti piace del posto? Come sono le persone? Lo stile di vita? Ma non ti manca il sole? Ma non ti manca il cibo? Come fai a vivere lontano da amici e famiglia?
Volevo rispondere a queste domande.
Ma soprattutto volevo dare il punto di vista di un’italiana che non è stata forzata a trasferirsi per i troppo famosi motivi che si sentono al giorno d’oggi, ma per una scelta di pancia e amore per il nuovo paese.

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