Ciao: “sono tuo servo”

Nel mondo ogni giorno si incontrano, e scontrano, miliardi di persone. Che si conoscano o che non si siano mai viste, la prima cosa che fanno, istintivamente, è salutarsi.

Salutare è forse l’azione più comune e involontaria che si possa compiere durante l’arco della giornata, dopo respirare. E’ un segno di cortesia, di rispetto che ci insegnano già da piccoli a fare per non apparire scortesi.

Poco importa se per farlo si usino i gesti o le parole, il saluto è una costante universale. Negli anni, con l’internazionalizzazione di diverse lingue, i saluti sono stati plasmati per adattarsi all’evoluzione delle diverse culture.

Così l’”hey” inglese viene utilizzato in tutto il mondo, basti pensare all’ “hej” svedese, l’ ”ehi” italiano, e l’ “oi” portoghese; “hello” diventa “hallo” nei paesi in cui si parla tedesco, “alô” in quelli in cui si parla portoghese e “hi” viene usato frequentemente nei paesi scandinavi. Ma personalmente credo che il saluto più internazionalizzato nella storia sia indubbiamente il “ciao” per il quale il nostro Bel Paese è più conosciuto al mondo, oggi utilizzato nel mondo con la stessa frequenza e la stessa popolarità con la quale viene usato in Italia, perfino in paesi come la Lettonia (chau), la Serbia (ćao) e il Vietnam (xin chào).
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“Ciao” è un saluto informale usato tra amici, persone dello stesso status sociale e in famiglia. A livello internazionale, viene molto utilizzato nella sua versione originale, spesso solo nel parlato e una delle sue particolarità è quella di poter essere utilizzato non solo per salutare, ma anche per congedarsi, alla maniera di un “arrivederci”, cosa che ai francesi e ai tedeschi piace molto fare.

Scommetto che nessuno di voi, nemmeno gli italiani, si siano mai chiesti da quale parola derivi.

Beh, vi stupireste nel sapere che “ciao” ha una derivazione più interessante di quanto immaginiate.

Si potrebbe pensare che provenga dal latino, come molte altre parole della lingua italiana, e in un certo senso è così. Ma la derivazione prima di “ciao” è la parola del dialetto veneto “sciavo” che prende origine a sua volta dalla parola neolatina “sclavus” e che significa “schiavo”.

Con il termine “sciavo” i veneti, tra il X e il XI secolo, erano soliti riferirsi ad una persona di etnia slava. Gli slavi infatti sono stati ampiamente impiegati come servi in tutta l’area del Mediterraneo, venduti come oggetti dalle famiglie ai mercanti veneziani e arabi, e solitamente provenienti dalla Spagna, dall’Egitto, dall’Asia Minore. L’etnia slava ha in quel periodo sviluppato la nomea di popolo asservito, e la parola “sciavo” è stata ampiamente utilizzata anche nelle epoche successive. Non c’è da stupirsi quindi di come si trovi la stessa radice della parola anche nelle lingue moderne: “slave” in inglese, “esclave” in francese “esclavo” in spagnolo, “sklave” in tedesco. Nello stesso periodo il termine “sciavo” assunse la connotazione di saluto, con il significato di “sono tuo schiavo” e quindi “sono a tua disposizione”, che divenne molto comune come manifestazione di reverenza nei confronti di personalità importanti o comunque di rango superiore, tanto comune da comparire perfino nel ‘700 nelle commedie di Goldoni.

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Degna di nota è quindi l’evoluzione della parola “sciavo”, passata poi a “sciao” e infine al “ciao” che oggi conosciamo, e così quella del suo status.

Ma state attenti a chi salutate, se non volete “essere schiavi” delle persone sbagliate!

[English]

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